mercoledì 13 maggio 2015

Note di storia russa - 3


Politica e religione

La comprensione della storia politica è monca, se non prestiamo la dovuta attenzione alle forme e alle credenze religiose. Sarebbe banale, però, fermarsi a un enunciato così generico. Il vero problema è cogliere le differenze e i nessi tra le concezioni religiose e i regimi politici. Fermo restando che, alla base dell’interazione tra questi aspetti, i bisogni dettati dalla necessità di adattamento e sopravvivenza sono lo sfondo di qualsiasi teoria delle relazioni sociali e della loro evoluzione.
Vediamo come queste relazioni sono state declinate nella storia della Russia.

1) Passato il periodo delle grandi invasioni barbariche, che dilagarono nell’impero romano d’occidente, la prima entità relativamente coesa e stabile fu il khanato dei cazari (a cui ho già accennato nella nota 2). All'inizio fu un insieme di tribù turche che si coalizzarono in seguito alla disintegrazione dell’impero di Gokturk. Il conflitto interno all’impero turco fece emergere il contrasto tra cazari e bulgari; questi ultimi nel 670 furono sconfitti e costretti a spostarsi nell’area del Volga e del Danubio. 
Il khanato si costituì nel Caucaso, si estese in profondità nelle steppe a nord del mar Nero e del mar Caspio, e prosperò fino alla fine del ’900, quando subì i primi colpi nello scontro con i variaghi. Sparì del tutto con l’invasione mongola. 
I cazari furono alleati di Eraclio nella sua lotta contro gli arabi, specialmente contro l’emiro di Mossul. 
Il khanato fu un’eccezione nella storia russa, sia per la prosperità che garantì alle sue popolazioni, sia per la tolleranza in campo religioso. Questa tolleranza fu dovuta sostanzialmente al fatto che molti ebrei furono tra i fondatori del khanato, e molti ebrei continuavano a rifugiarvisi, a causa delle persecuzioni di cui erano oggetto ad opera dei Sassanidi in Persia, e di alcuni imperatori a Bisanzio. La loro élite mercantile esercitò una forza di attrazione verso le aristocrazie e le popolazioni già residenti, il che provocò – a partire dall’800 – molte conversioni spontanee alla religione ebraica. I cazari migliorarono e consolidarono i loro rapporti commerciali con gli islamici e i bizantini, ma continuarono a difendere la loro autonomia culturale e religiosa, decisi a resistere alle pressioni dei cristiani e dei musulmani che li circondavano. Essi non avvertirono alcun bisogno di imporre un unico culto religioso a garanzia della coesione dello stato.

2) Il caso degli slavi è differente. Nell’anno 862 il principe Ratislav (della Grande Moravia, formata da slavi di ceppo occidentale), volendo rafforzare la propria autonomia dal dominio dei franchi (che lo esercitavano soprattutto attraverso il clero germanico) chiese all’imperatore di Bisanzio l’invio di missionari nel proprio regno. I fratelli Cirillo e Metodio giunsero da Salonicco, una città greca che aveva già collaudati rapporti con gli slavi; i due monaci si misero all’opera e crearono un sistema di scrittura più adatto alla fonetica slava, per la quale l’alfabeto greco non era sufficiente. Ma non era solo una questione di fonetica: gli slavi volevano essere alleati di Bisanzio, non sudditi; perciò volevano un tipo di scrittura differente da quella greca. Cirillo creò l’alfabeto glagolitico e fondò un’accademia, allo scopo di istruire i discepoli.
Tutto ciò era un affronto per i Franchi. Infatti, dopo pochi anni, un vescovo franco di rito orientale proibì il nuovo alfabeto e perseguitò i membri dell’accademia, che furono dispersi.
Ma i principi slavi (in primis, Boris I di Bulgaria) tornarono alla carica: alla fine del IX secolo, uno degli studenti di Metodio creò il vero e proprio alfabeto cirillico, che rimpiazzò il glagolitico. Quest’alfabeto ebbe delle varianti: un proprio alfabeto doveva significare autonomia da Roma, da Bisanzio e dai Franchi; e anche un segno di distinzione tra i principi slavi che, a tal fine, chiesero delle variazioni che confermassero nella scrittura la distinzione tra i rispettivi domini. Le opere scritte col nuovo alfabeto erano le sacre scritture, la religione professata era il cristianesimo in versione bizantina; ma dal punto di vista politico, tutti volevano mantenersi autonomi.
A differenza dei cazari, gli slavi si cercarono una religione e una scrittura (che non avevano), per vedersi riconosciute precise identità politiche.


Cirillo e Metodio


3) Bisanzio fu il modello da imitare anche per il variago (o scandinavo) Vladimir I della Rus’ di Kiev. Vladimir, divenuto sovrano di Kiev nel 980, voleva far diventare il suo regno un vero Stato, sul modello di quello bizantino. Pensava che l’adozione di una religione come quella ortodossa fosse sufficiente per tenere unito il grande stato russo, che egli cercava di creare. E la filosofia politica dell’impero romano d’oriente era fusa con la teologia, fin dai tempi di Costantino.

4) Digressione retrospettiva sul Constitutum Constantini e sul papato
Il papa di Roma aveva sempre avuto grandissimo potere nella sfera temporale. Il Constitutum Constantini [1] fu contestato da molti; e l’umanista Lorenzo Valla dimostrò la sua inautenticità su basi filologiche inoppugnabili (anche se egli non pubblicò le sue conclusioni,[2] per ovvi motivi). Ma l'intricata vicenda del Constitutum dimostrava due cose:
I) Il vescovo di Roma sentiva il bisogno di appellarsi all’autorità imperiale, per legittimare la supremazia su tutte le chiese cristiane e i diritti che egli reclamava nei confronti dei regnanti cristiani d’occidente. Il ghibellino Dante Alighieri non si pose  il problema dell’autenticità, ma negò validità giuridica al Constitutum Constantini, “perché Costantino non poteva alienare la dignità dell’impero, né la Chiesa poteva riceverla”.[3] Era palesemente contraddittorio appellarsi a un decreto imperiale per giustificare la presunta superiorità del papa sull’imperatore.
II) Benché fondato su concessione imperiale, il potere del vescovo di Roma è stato enorme nel corso dei secoli, sia nella sfera religiosa sia nella sfera politica, culturale, economica. E quella dell’occidente è una storia di competizione tra potere religioso e potere civile; competizione che si attenuò – e in molti casi sparì del tutto – prima con la nascita delle monarchie assolute, poi a causa della riforma protestante. La competizione si spense, con il netto ridimensionamento delle pretese del papato, quasi ovunque; eccetto che in Italia, unico paese al mondo dove la Chiesa e il papato continuano ad avere un potere di natura morale che si trasforma in potere di controllo e indirizzo delle politiche e delle istituzioni dello Stato.

5) In oriente – al contrario – non vi fu competizione giuridica tra impero e chiesa. Costantino aveva scelto per sé l’impero d’oriente. Lì decise di costruire la sua capitale (Costantinopoli). Fu sempre vittorioso in guerra e favorì la diffusione del cristianesimo in tutto l’impero. Fu considerato il vicario di Cristo in terra, quasi come un apostolo (isoapostolo); e svolse opera di pacificazione e direzione nel corso dei concili via via convocati per risolvere le innumerevoli controversie teologiche. Infine elevò il metropolita bizantino al rango di patriarca, il secondo dopo Roma. Chi mai, in oriente, avrebbe dubitato della funzione guida spettante all’imperatore?
In seguito, la fine dell’impero romano d’occidente rese ancora più autorevole la figura dell’unico imperatore rimasto, e sempre più difficili i rapporti tra i patriarchi di Roma e Costantinopoli. Nel 1054 papa Leone IX e il patriarca Michele Cerulario si scomunicarono a vicenda, e le due chiese andarono ognuna per la sua strada.
Quattro secoli dopo, mentre Costantinopoli era accerchiata dai turchi, l’imperatore Giovanni VIII Paleologo e il patriarca Giuseppe II, nella speranza di ottenere una crociata di soccorso, accettarono l’invito di papa Eugenio IV a partecipare al concilio di Firenze, per un tentativo di riappacificazione. La delegazione orientale era composta da 700 persone. Dopo lunghe discussioni, nelle quali si esibirono i migliori cervelli delle due tradizioni teologiche, il patriarca accettò il primato di Roma, e il 6 luglio 1439 il concilio proclamò la riunione tra le due chiese; fu trovata anche un’intesa con i Siri, i Copti e gli Armeni. 
Ma la pace fu effimera. I vescovi bizantini che non avevano partecipato al concilio non ratificarono l’accordo; e al loro ritorno in patria, molti degli stessi firmatari dell’intesa ritirarono la loro adesione. Essi mostrarono di preferire la dominazione turca a quella i Roma; infatti dopo pochi anni, nel 1453, Costantinopoli cadde nelle mani turche.

6) A questo punto, entrò in gioco da protagonista il Granducato di Mosca. Anche il principe Basilio II rifiutò di accettare le deliberazioni del concilio di Firenze. Prima che Costantinopoli cadesse in mano turca, elevò il vescovo di Mosca al rango di metropolita della chiesa russa, di fatto liberandolo dalla soggezione al patriarca di Costantinopoli. La fine dell’impero romano d’oriente rafforzò ancora di più l’importanza del granducato, che si estendeva a ritmo crescente.
Mentre l’Orda d’Oro dei mongoli si divideva in tre piccoli khanati, il successore di Basilio, Ivan III il Grande quadruplicò i territori del granducato. Egli sottomise il principato di Novgorod, che cercava di mettersi sotto la protezione di Casimiro IV, re di Polonia e principe di Lituania, rimasto fedele alla chiesa di Roma; e sottomise vari altri principati, soprattutto quelli che davano accesso al Baltico: Pskov, confinante con la Lituania, Jaroslavl’, Rostov, Tver’, Vjatka, etc.. Anche Ivan discendeva dalla dinastia fondata dallo scandinavo Rjurik, come altri principi russi; ma il ramo moscovita di questa dinastia conservava ben poco dell’originario carattere scandinavo. La forza di attrazione esercitata dal tipo di dominio mongolo, sommata all’influenza dell’assolutismo dirigistico bizantino,[4] resero il principato di Mosca un’autocrazia fondata sulla potenza militare, sulla soggezione della Chiesa ortodossa alla sovranità del principe e sul controllo statale dell’economia. Ivan III si nominò Sovrano di tutte le Russie e abolì ogni diritto dinastico per gli eredi degli altri principati russi, avocando a sé la facoltà di attribuire titoli e proprietà.
Dopo la caduta di Costantinopoli, Ivan sposò Zoe (detta Sofia) Paleologa, nipote dell’ultimo imperatore, aggiungendo subito nello stemma della sua casata l'aquila bicipite dei sovrani bizantini.[5] L’influenza dell’imperatrice fu determinante: nella corte di Mosca fu introdotta la magnificenza di Costantinopoli e al patriarca di Mosca furono concessi gli attributi già appartenuti a quello di Bisanzio. Mosca diventò – per la corte, per il clero ortodosso russo e per i sudditi  la capitale di un regno considerato il naturale erede dell’impero romano d’oriente. E Ivan III pretese per sé il titolo di Zar (trasformazione fonetica del latino Caesar). Per rimarcare, poi, l’ideale passaggio delle consegne imperiali da Costantinopoli a Mosca – definita “La Terza Roma” –  fu designato alla successione non il figlio maggiore di Ivan III, nato dal precedente matrimonio, ma Basilio, figlio di Ivan e Sofia Paleologa: quel Basilio III, che fu poi il padre di Ivan IV il Terribile.







[1] Il documento reca la data del 30 marzo 315. In esso si legge: «In considerazione del fatto che il nostro potere imperiale è terreno, noi decretiamo che si debba venerare e onorare la nostra santissima Chiesa Romana e che il Sacro Vescovado del santo Pietro debba essere gloriosamente esaltato sopra il nostro Impero e trono terreno. Il vescovo di Roma deve regnare sopra le quattro principali sedi, Antiochia, Alessandria, Costantinopoli e Gerusalemme, e sopra tutte le chiese di Dio nel mondo... Finalmente noi diamo a Silvestro, Papa universale, il nostro palazzo e tutte le province, palazzi e distretti della città di Roma e dell'Italia e delle regioni occidentali.» 
(http://it.wikipedia.org/wiki/Donazione_di_Costantino).
[2] L’opuscolo De falso credita et ementita Constantini donatione declamatio fu pubblicata in ambiente protestante, 60 anni dopo la morte di L. Valla.
[3] Dante Alighieri, Monarchia, X, in Enciclopedia Dantesca, Opere, Ist. Enc. It. Treccani, 1984, p. 797.
[4] C’è chi ha visto nello statalismo autoritario dell’impero bizantino un tipico esempio di quello che Marx chiamò modo di produzione asiatico, caratterizzato da: proprietà statale della terra, fissazione amministrativa di prezzi e salari, moltiplicazione di privilegi monopolistici, strapotere della burocrazia, mortificazione dell’iniziativa individuale. Questo sistema economico non poteva reggere il confronto con l’intraprendenza – e gli altissimi guadagni – delle marinerie italiane, in particolare di quella veneziana (cfr. Silvia Ronchey, Lo Stato bizantino, Einaudi, Torino, 2002). 
Secondo la Ronchey, però, la fine di Bisanzio sarebbe da imputare all’aggressività del capitalismo italiano. Come se – in assenza dei veneziani – l’impero romano d’oriente avrebbe potuto resistere ancora a lungo all’assedio dei turchi.
[5] Vedi G. Zeller, Storia politica del mondo. Vol. II L'età moderna da Colombo a Cromwell, Unedi, Roma, 1976, pp. 135-sgg.

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