Politica e religione
La comprensione della storia politica è monca, se non prestiamo la dovuta attenzione alle forme e alle credenze religiose. Sarebbe
banale, però, fermarsi a un enunciato così generico. Il vero problema è cogliere
le differenze e i nessi tra le concezioni religiose e i regimi politici. Fermo
restando che, alla base dell’interazione tra questi aspetti, i bisogni dettati
dalla necessità di adattamento e sopravvivenza sono lo sfondo di qualsiasi
teoria delle relazioni sociali e della loro evoluzione.
Vediamo come queste relazioni sono state declinate nella
storia della Russia.
1) Passato il periodo delle grandi invasioni barbariche, che
dilagarono nell’impero romano d’occidente, la prima entità relativamente coesa e
stabile fu il khanato dei cazari (a cui ho già accennato nella nota 2).
All'inizio fu un insieme di tribù turche che si coalizzarono in seguito alla
disintegrazione dell’impero di Gokturk. Il conflitto interno all’impero turco
fece emergere il contrasto tra cazari e bulgari; questi ultimi nel 670 furono
sconfitti e costretti a spostarsi nell’area del Volga e del Danubio.
Il khanato si costituì nel Caucaso, si estese in profondità nelle steppe a nord del mar Nero e del mar Caspio, e prosperò fino alla fine del ’900, quando subì i primi colpi nello scontro con i variaghi. Sparì del tutto con l’invasione mongola.
I cazari furono alleati di Eraclio nella sua lotta contro gli arabi, specialmente contro l’emiro di Mossul.
I cazari furono alleati di Eraclio nella sua lotta contro gli arabi, specialmente contro l’emiro di Mossul.
Il khanato fu un’eccezione nella storia russa, sia per la
prosperità che garantì alle sue popolazioni, sia per la tolleranza in campo
religioso. Questa tolleranza fu dovuta sostanzialmente al fatto che molti ebrei
furono tra i fondatori del khanato, e molti ebrei continuavano a rifugiarvisi,
a causa delle persecuzioni di cui erano oggetto ad opera dei Sassanidi in
Persia, e di alcuni imperatori a Bisanzio. La loro élite mercantile esercitò
una forza di attrazione verso le aristocrazie e le popolazioni già residenti,
il che provocò – a partire dall’800 – molte conversioni spontanee alla
religione ebraica. I cazari migliorarono e consolidarono i loro rapporti
commerciali con gli islamici e i bizantini, ma continuarono a difendere la loro
autonomia culturale e religiosa, decisi a resistere alle pressioni dei
cristiani e dei musulmani che li circondavano. Essi non avvertirono alcun
bisogno di imporre un unico culto religioso a garanzia della coesione dello
stato.
2) Il caso degli slavi
è differente. Nell’anno 862 il principe Ratislav (della Grande Moravia, formata
da slavi di ceppo occidentale), volendo rafforzare la propria autonomia dal
dominio dei franchi (che lo esercitavano soprattutto attraverso il clero
germanico) chiese all’imperatore di Bisanzio l’invio di missionari nel proprio
regno. I fratelli Cirillo e Metodio giunsero da Salonicco, una città greca che
aveva già collaudati rapporti con gli slavi; i due monaci si misero all’opera e
crearono un sistema di scrittura più adatto alla fonetica slava, per la quale
l’alfabeto greco non era sufficiente. Ma non era solo una questione di fonetica:
gli slavi volevano essere alleati di Bisanzio, non sudditi; perciò volevano un
tipo di scrittura differente da quella greca. Cirillo creò l’alfabeto
glagolitico e fondò un’accademia, allo scopo di istruire i discepoli.
Tutto ciò era un affronto per i Franchi. Infatti, dopo pochi
anni, un vescovo franco di rito orientale proibì il nuovo alfabeto e perseguitò
i membri dell’accademia, che furono dispersi.
Ma i principi slavi (in primis, Boris I di Bulgaria)
tornarono alla carica: alla fine del IX secolo, uno degli studenti di Metodio
creò il vero e proprio alfabeto cirillico, che rimpiazzò il glagolitico.
Quest’alfabeto ebbe delle varianti: un proprio alfabeto doveva significare
autonomia da Roma, da Bisanzio e dai Franchi; e anche un segno di distinzione
tra i principi slavi che, a tal fine, chiesero delle variazioni che confermassero
nella scrittura la distinzione tra i rispettivi domini. Le opere scritte col
nuovo alfabeto erano le sacre scritture, la religione professata era il
cristianesimo in versione bizantina; ma dal punto di vista politico, tutti
volevano mantenersi autonomi.
A differenza dei cazari, gli slavi si cercarono una
religione e una scrittura (che non avevano), per vedersi riconosciute precise
identità politiche.
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| Cirillo e Metodio |
3) Bisanzio fu il modello da imitare anche per il variago (o
scandinavo) Vladimir I della Rus’ di
Kiev. Vladimir, divenuto sovrano di Kiev nel 980, voleva far diventare il
suo regno un vero Stato, sul modello di quello bizantino. Pensava che
l’adozione di una religione come quella ortodossa fosse sufficiente per tenere
unito il grande stato russo, che egli cercava di creare. E la filosofia
politica dell’impero romano d’oriente era fusa con la teologia, fin dai tempi
di Costantino.
4) Digressione retrospettiva sul Constitutum Constantini e sul papato
Il papa di Roma aveva sempre avuto grandissimo potere nella
sfera temporale. Il Constitutum
Constantini [1] fu contestato da molti; e
l’umanista Lorenzo Valla dimostrò la sua inautenticità su basi filologiche
inoppugnabili (anche se egli non pubblicò le sue conclusioni,[2]
per ovvi motivi). Ma l'intricata vicenda del Constitutum dimostrava due cose:
I) Il vescovo di Roma
sentiva il bisogno di appellarsi all’autorità imperiale, per legittimare la
supremazia su tutte le chiese cristiane e i diritti che egli reclamava nei
confronti dei regnanti cristiani d’occidente. Il ghibellino Dante Alighieri non
si pose il problema dell’autenticità, ma
negò validità giuridica al Constitutum
Constantini, “perché Costantino non poteva alienare la dignità dell’impero,
né la Chiesa poteva riceverla”.[3] Era palesemente contraddittorio
appellarsi a un decreto imperiale per giustificare la presunta superiorità del
papa sull’imperatore.
II) Benché fondato
su concessione imperiale, il potere del vescovo di Roma è stato enorme nel
corso dei secoli, sia nella sfera religiosa sia nella sfera politica,
culturale, economica. E quella dell’occidente è una storia di competizione tra
potere religioso e potere civile; competizione che si attenuò – e in molti casi
sparì del tutto – prima con la nascita delle monarchie assolute, poi a
causa della riforma protestante. La competizione si spense, con il netto ridimensionamento delle pretese del papato, quasi ovunque; eccetto che in Italia, unico paese al mondo dove la Chiesa e il papato continuano ad
avere un potere di natura morale che si trasforma in potere di controllo e indirizzo delle politiche e delle istituzioni dello Stato.
5) In oriente –
al contrario – non vi fu competizione giuridica tra impero e chiesa. Costantino
aveva scelto per sé l’impero d’oriente. Lì decise di costruire la sua capitale
(Costantinopoli). Fu sempre vittorioso in guerra e favorì la diffusione del
cristianesimo in tutto l’impero. Fu considerato il vicario di Cristo in terra,
quasi come un apostolo (isoapostolo); e svolse opera di pacificazione e
direzione nel corso dei concili via via convocati per risolvere le innumerevoli
controversie teologiche. Infine elevò il metropolita bizantino al rango di
patriarca, il secondo dopo Roma. Chi mai, in oriente, avrebbe dubitato della
funzione guida spettante all’imperatore?
In seguito, la fine dell’impero romano d’occidente rese ancora più
autorevole la figura dell’unico imperatore rimasto, e sempre più difficili i
rapporti tra i patriarchi di Roma e Costantinopoli. Nel 1054 papa Leone IX e il
patriarca Michele Cerulario si scomunicarono a vicenda, e le due chiese
andarono ognuna per la sua strada.
Quattro secoli dopo, mentre Costantinopoli era accerchiata
dai turchi, l’imperatore Giovanni VIII Paleologo e il patriarca Giuseppe II, nella speranza di ottenere una crociata di soccorso, accettarono l’invito di papa Eugenio IV a partecipare al concilio di Firenze, per un tentativo di riappacificazione. La delegazione orientale era composta da 700 persone. Dopo lunghe discussioni, nelle quali si
esibirono i migliori cervelli delle due tradizioni teologiche, il patriarca
accettò il primato di Roma, e il 6 luglio 1439 il concilio proclamò la riunione
tra le due chiese; fu trovata anche un’intesa con i Siri, i Copti e gli Armeni.
Ma la pace fu effimera. I vescovi bizantini che non avevano partecipato al concilio non ratificarono l’accordo; e al loro ritorno in patria, molti degli stessi firmatari dell’intesa ritirarono la loro adesione. Essi mostrarono di preferire la dominazione turca a quella i Roma; infatti dopo pochi anni, nel 1453, Costantinopoli cadde nelle mani turche.
Ma la pace fu effimera. I vescovi bizantini che non avevano partecipato al concilio non ratificarono l’accordo; e al loro ritorno in patria, molti degli stessi firmatari dell’intesa ritirarono la loro adesione. Essi mostrarono di preferire la dominazione turca a quella i Roma; infatti dopo pochi anni, nel 1453, Costantinopoli cadde nelle mani turche.
6) A questo punto, entrò in gioco da protagonista il Granducato di Mosca. Anche il principe Basilio II rifiutò di accettare le deliberazioni del concilio di
Firenze. Prima che Costantinopoli cadesse in mano turca, elevò il vescovo di
Mosca al rango di metropolita della chiesa russa, di fatto liberandolo dalla
soggezione al patriarca di Costantinopoli. La fine dell’impero romano d’oriente
rafforzò ancora di più l’importanza del granducato, che si estendeva a ritmo
crescente.
Mentre l’Orda d’Oro dei mongoli si divideva in tre piccoli
khanati, il successore di Basilio, Ivan
III il Grande quadruplicò i territori del granducato. Egli sottomise il
principato di Novgorod, che cercava di mettersi sotto la protezione di Casimiro
IV, re di Polonia e principe di Lituania, rimasto fedele alla chiesa di Roma; e
sottomise vari altri principati, soprattutto quelli che davano accesso al Baltico: Pskov, confinante con la Lituania, Jaroslavl’, Rostov, Tver’, Vjatka, etc.. Anche Ivan discendeva dalla dinastia fondata dallo scandinavo Rjurik, come altri
principi russi; ma il ramo moscovita di questa dinastia conservava ben poco
dell’originario carattere scandinavo. La forza di attrazione esercitata dal tipo
di dominio mongolo, sommata all’influenza dell’assolutismo dirigistico
bizantino,[4]
resero il principato di Mosca un’autocrazia fondata sulla potenza militare,
sulla soggezione della Chiesa ortodossa alla sovranità del principe e sul
controllo statale dell’economia. Ivan III si nominò Sovrano di tutte le Russie
e abolì ogni diritto dinastico per gli eredi degli altri principati russi,
avocando a sé la facoltà di attribuire titoli e proprietà.
Dopo la caduta di Costantinopoli, Ivan sposò Zoe (detta Sofia) Paleologa, nipote dell’ultimo imperatore, aggiungendo subito nello stemma della sua casata l'aquila bicipite dei sovrani bizantini.[5] L’influenza
dell’imperatrice fu determinante: nella corte di Mosca fu introdotta la
magnificenza di Costantinopoli e al patriarca di Mosca furono concessi gli
attributi già appartenuti a quello di Bisanzio. Mosca diventò – per la corte,
per il clero ortodosso russo e per i sudditi – la capitale di un regno
considerato il naturale erede dell’impero romano d’oriente. E Ivan III pretese
per sé il titolo di Zar (trasformazione fonetica del latino Caesar). Per
rimarcare, poi, l’ideale passaggio delle consegne imperiali da Costantinopoli a
Mosca – definita “La Terza Roma” – fu designato alla successione non il
figlio maggiore di Ivan III, nato dal precedente matrimonio, ma Basilio, figlio
di Ivan e Sofia Paleologa: quel Basilio III, che fu poi il padre di Ivan IV il
Terribile.
[1]
Il documento reca la data del 30 marzo 315. In esso si legge: «In
considerazione del fatto che il nostro potere imperiale è terreno, noi
decretiamo che si debba venerare e onorare la nostra santissima Chiesa Romana e
che il Sacro Vescovado del santo Pietro debba essere gloriosamente esaltato
sopra il nostro Impero e trono terreno. Il vescovo di Roma deve regnare sopra
le quattro principali sedi, Antiochia, Alessandria, Costantinopoli e Gerusalemme,
e sopra tutte le chiese di Dio nel mondo... Finalmente noi diamo a Silvestro,
Papa universale, il nostro palazzo e tutte le province, palazzi e distretti
della città di Roma e dell'Italia e delle regioni occidentali.»
(http://it.wikipedia.org/wiki/Donazione_di_Costantino).
(http://it.wikipedia.org/wiki/Donazione_di_Costantino).
[2]
L’opuscolo De falso credita et ementita
Constantini donatione declamatio fu pubblicata in ambiente protestante, 60
anni dopo la morte di L. Valla.
[3]
Dante Alighieri, Monarchia, X, in Enciclopedia Dantesca, Opere, Ist. Enc. It. Treccani, 1984, p.
797.
[4]
C’è chi ha visto nello statalismo autoritario dell’impero bizantino un tipico
esempio di quello che Marx chiamò modo
di produzione asiatico, caratterizzato da: proprietà statale della terra,
fissazione amministrativa di prezzi e salari, moltiplicazione di privilegi
monopolistici, strapotere della burocrazia, mortificazione dell’iniziativa
individuale. Questo sistema economico non poteva reggere il confronto con
l’intraprendenza – e gli altissimi guadagni – delle marinerie italiane, in particolare
di quella veneziana (cfr. Silvia Ronchey, Lo
Stato bizantino, Einaudi, Torino, 2002).
Secondo la Ronchey, però, la fine di Bisanzio sarebbe da imputare all’aggressività del capitalismo italiano. Come se – in assenza dei veneziani – l’impero romano d’oriente avrebbe potuto resistere ancora a lungo all’assedio dei turchi.
Secondo la Ronchey, però, la fine di Bisanzio sarebbe da imputare all’aggressività del capitalismo italiano. Come se – in assenza dei veneziani – l’impero romano d’oriente avrebbe potuto resistere ancora a lungo all’assedio dei turchi.
[5]
Vedi G. Zeller, Storia politica del mondo. Vol. II L'età moderna da Colombo a Cromwell, Unedi, Roma, 1976, pp. 135-sgg.

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