Gli Sciti
Nell'antichità classica, era chiamata Scizia l’area grosso modo comprendente: Polonia fino al mar Baltico, Bielorussia, Sarmazia, basso Danubio e Bulgaria, Ucraina, Russia meridionale, Kazakistan, Caucaso settentrionale. I Saci, ramo orientale degli Sciti, arrivarono fino al Sistan (Sakestan) e alla valle dell’Indo; ma queste ultime regioni generalmente non sono incluse nell’area denominata Scizia.
Gli Sciti imposero tributi alle popolazioni agricole del Caucaso fino alla Siria e alla Media. L’Egitto era tributario, e mascherava sotto forma di doni l’assicurazione che gli garantiva la sua integrità territoriale. Gli Assiri fornivano contributi di tipo militare.
Vi erano vari ceppi di Sciti; il ceppo dominante era formato da guerrieri, che sovrastavano tutti gli altri. La loro storia di espansione iniziò nell’VIII sec. a. C. Il loro regno si costituì nel corso della lotta contro i Cimmeri, inseguendo i quali invasero casualmente il regno dei Medi.
Nel 512 a.C. Dario li attaccò e invase il loro territorio. La forza militare persiana era soverchiante; ma gli Sciti evitarono lo scontro diretto, e adottarono tattiche di logoramento d’ogni genere, finché Dario, non ottenendo alcun risultato, se ne tornò in Persia; anche perché nel frattempo gli Sciti si erano alleati con gli Assiri, nemici dei Persiani.
![]() |
| Sciti in battaglia |
Gli Sciti ebbero intensi rapporti con la civiltà greca (di commercio, alleanza, guerra, a seconda dei casi). Il rapporto con i greci favorì l’abbandono quasi totale del nomadismo; ma accelerò la loro attività di sfruttamento delle popolazioni soggette, perché gli Sciti si specializzarono nella vendita di schiavi ai greci. Si allearono con gli spartani contro i Persiani, ma l’alleanza non ebbe grande successo.
Nel 339 a. C. furono sconfitti da Filippo il Macedone, e il loro re Ateas morì in battaglia. Questa sconfitta segnò per sempre il loro destino: i Celti penetrarono nei Balcani e i Sarmati – una popolazione affine agli Sciti – cominciarono a erodere il loro controllo sulle stesse pianure tra il Don e il Danubio. Mitridate Eupatore chiese il loro appoggio, per contrastare la potenza di Roma; ma ormai gli Sciti erano in grave crisi, sotto la pressione dei Sarmati, che sfaldarono irrimediabilmente il loro regno. I Sarmati avevano migliori tecniche militari; la staffa di ferro, in particolare, si dimostrò in battaglia molto più efficiente delle staffe di cuoio usate dagli Sciti. Essi furono ridotti a piccoli gruppi, sparsi per l’Europa orientale, e vennero spazzati via con l’avvento dei Goti, nel II secolo d. C.
Gli Sciti lavoravano i metalli e avevano il culto dell’oro. L’arte orafa era una loro specialità. I tributi imposti ai popoli soggetti, e i loro commerci – soprattutto quello degli schiavi – permettevano grandi accumulazioni di ricchezza.
Gli Sciti nell’immaginario collettivo russo
Nel corso dei secoli furono scoperti e scavati molti siti, che portarono alla luce – tra l’altro – splendide creazioni orafe. Nell’Ottocento si intensificarono gli scavi, perché la cultura espansionistica, diffusa nella Russia del XIX secolo, vedeva negli Sciti i precursori di quella grandezza che i Romanov volevano ripristinare, con la loro politica di grande potenza. Nel 1889 Tolstoj e Kondakov pubblicarono uno studio (Antichità Russe) che raccoglieva ed esibiva, per la prima volta, tutti i reperti sciti; lo scopo sotteso all’iniziativa era quello di supporre una parentela universale tra le popolazioni che occupavano l’immensa vastità delle steppe russe, dall’Europa all’estremità dell’Asia. Negli anni successivi, il mondo accademico russo avvallò in un primo tempo la tesi che il paese, un tempo civile, fosse stato barbarizzato dai popoli asiatici, i terribili mongoli. Ben presto, però, nel clima prerivoluzionario e rivoluzionario, furono rivalutati anche i mongoli: nell’immaginario collettivo, si fusero insieme la barbarie scita e la barbarie mongola, i cui valori erano chiamati a sostituire i valori borghesi. Nel 1919, nacque la rivista Skify (Gli Sciti), che in prima pagina esaltava il sibilo della freccia, che colpiva a morte la borghesia. Aleksandr Blok, in un suo poema, celebrava il trionfo del fiero barbaro scita dagli occhi a mandorla. Anche se non mancavano voci critiche (isolate), la cultura rivoluzionaria assegnò alla Russia il ruolo di terzietà rispetto alla contrapposizione politica e culturale tra Oriente e Occidente. L’immagine dello Scita come archetipo dell’identità nazionale russa – primitiva e pagana – si avverte anche in grandi opere prerivoluzionarie, come La Sagra della primavera (1913) di Stravinskij e Roerich, o la Suite Scita di Prokof’ev (1914). [1]
Erodoto, Storie, libro IV.
Véronique Schiltz, Les Scythes et les nomades des steppes: VIIIe siècle avant J.-C. – Ier siècle après J.-C., Paris, Gallimard, 1994.

Nessun commento:
Posta un commento