domenica 24 maggio 2015

È ancora valida la relazione tra Risparmio e investimento? Il parere di Hayek


Concetto chiave della teoria economica di Hayek è il mantenimento del capitale, che significa una corretta relazione tra risparmio e investimento. Ogni consumatore (e risparmiatore) confronta la forma del suo attuale flusso di reddito e di consumo, con i possibili flussi alternativi; valuta l’attuale reddito (e livello di consumo) e le possibili fonti di reddito futuro, e può decidere di confermare o cambiare le scelte precedenti, per cercare di migliorare le proprie condizioni. L’obiettivo minimo di qualsiasi cambiamento ha un limite: assicurare condizioni tali che permettano di avere, in futuro, un flusso di reddito che abbia un valore non inferiore a quello presente.

Il risparmio ha a che fare con l’economia reale: si rinuncia a beni e servizi presenti, e si pospone il consumo di una parte del reddito a un tempo futuro, più o meno lontano. Il tasso di risparmio gioca un ruolo fondamentale per l’equilibrio fra movimenti reali e movimenti monetari: è un indicatore della consonanza tra i due tipi di movimenti. L’assenza di equilibrio tra investimento e risparmio causa consumo (o distruzione) di capitale, e assume due forme:
1) “Carenza d’investimento netto” (o eccesso di consumo). Questo non solo impedisce la formazione di nuovo capitale, ma rende difficile usare – e finisce con lo svalutare – il capitale esistente. Di conseguenza, in futuro non potremo avere un consumo uguale a quello presente, perché il livello di consumo presente è incompatibile con l’obiettivo del suo mantenimento.
2) Il secondo fenomeno – tipica conseguenza di indebite espansioni monetarie – è definito da Hayek “Eccedenza d’investimento netto”: in futuro non potremo completare i piani d’investimento avventati, decisi sulla base di un tasso d’interesse artificialmente basso. Quindi sarà distrutto il capitale già investito nei processi che saranno interrotti.
Le due forme, naturalmente, non sono indipendenti l’una dall’altra. Il secondo fenomeno può confondersi col primo quando, in certe fasi del ciclo, si preferirà consumare piuttosto che sostenere, col risparmio, i piani d’investimento previsti (da se stessi o da altri).
Il mantenimento come obiettivo minimo è alla base della teoria del capitale di Hayek. Le accelerazioni del capitalismo moderno hanno dimostrato che si può superare quest’obiettivo. Ma nessuno può garantire una continua crescita, né il mantenimento; e nemmeno prevedere dove e quando questi traguardi saranno raggiunti.
Come ogni relazione di equilibrio, anche l’equilibrio tra risparmio e investimento non indica uno status reale, ma una condizione ideale, capace di favorire il mantenimento del capitale, e quindi la possibilità di raggiungere il desiderato flusso di reddito, per il periodo futuro che ciascuno giudica rilevante. Condizione difficile da realizzare, a causa dei limiti della conoscenza, della variazione dei gusti e delle preferenze, del mutare delle circostanze e, infine, in virtù dei processi innovativi, che mutano continuamente la struttura dei valori relativi dei beni di consumo e dei beni capitali.
Ma, sebbene irrealistica, l’analisi di equilibrio aiuta a capire le tendenze, le forze che spingono ad agire, anche senza che gli agenti siano del tutto consapevoli di ciò che accade. Il concetto di “ordine spontaneo” – elaborato successivamente da Hayek (e, quindi, preferito a quello di equilibrio) – indica in modo più chiaro la dinamica che favorisce l’adattamento e l’evoluzione.
“Homo non intelligendo fit omnia”. Questa massima di Vico, citata dall’economista austriaco, segnala i limiti della ragione costruttivistica; ma non implica l’esonero dalla ricerca di soluzioni più efficienti ai problemi di adattamento. I risultati di questa ricerca sono verificabili; il successo sancisce ex post la validità dei metodi adottati e fa scoprire le norme di giusta condotta, che promettono di produrre effetti benefici anche in futuro. Tra i principi fondamentali, che abbiamo verificato essere le migliori condizioni per il progresso: un ambiente competitivo, e il rispetto di regole generali. In questo tipo di ordine, alla validità generale delle leggi dovrebbe corrispondere la libertà di ciascuno di scegliere tra i differenti modi d’impiegare le proprie risorse, e di vedere sanzionato l’esito delle proprie scelte, sulla base del criterio di responsabilità individuale. Ebbene, al centro di questo processo di adattamento, Hayek pone la facoltà di scegliere tra consumo presente e consumo futuro, cioè la decisione di risparmiare oppure no.






Certo, in una fase di recessione, l’“eccesso d’investimento” può sembrare una formula obsoleta. Tuttavia, la situazione che Hayek vorrebbe scongiurare, non è quella di un generico sovrainvestimento aggregato, ma l’investimento in quelle direzioni che non avrebbero superato certi limiti, se il mercato dei capitali fosse stato libero di finanziare le differenti imprese, sulla base dei loro rendimenti marginali comparati.
Un tasso d’interesse artificialmente basso impedisce l’interruzione dei metodi produttivi inefficienti; nel migliore dei casi, ne ritarda la liquidazione, ampliando così le perdite future. E fa, ancora una volta, ricorrere al placebo neokeynesiano, come unica via d’uscita. Ma pensare di risolvere il problema dell’investimento, giudicando ininfluente il fattore risparmio, è politica miope.
Per Hayek, la mancata corrispondenza tra risparmio e investimento è un caso di disequilibrio inter-temporale; e l’arbitrario interventismo monetario dei governi è particolarmente atto a provocare aspettative errate, e accentuare la sempre difficile corrispondenza tra progetti e realizzazioni.[1] [1] Vedi Hayek, The Pure Theory of Capital, cap. 25 (v. anche cap. 20).

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