domenica 24 maggio 2015

Diffidare dei dubbi come delle certezze: Miei articoli già pubblicati sul blog IHC Economi...

Diffidare dei dubbi come delle certezze: Miei articoli già pubblicati sul blog IHC Economi...: Epistemologia e moneta in Hayek  [EM] Virtù private e pubblici vizi   [VV] Hayek e Mises - 1 [HM1] Hayek e Mises - 2   [HM2] Hayek e...

È ancora valida la relazione tra Risparmio e investimento? Il parere di Hayek


Concetto chiave della teoria economica di Hayek è il mantenimento del capitale, che significa una corretta relazione tra risparmio e investimento. Ogni consumatore (e risparmiatore) confronta la forma del suo attuale flusso di reddito e di consumo, con i possibili flussi alternativi; valuta l’attuale reddito (e livello di consumo) e le possibili fonti di reddito futuro, e può decidere di confermare o cambiare le scelte precedenti, per cercare di migliorare le proprie condizioni. L’obiettivo minimo di qualsiasi cambiamento ha un limite: assicurare condizioni tali che permettano di avere, in futuro, un flusso di reddito che abbia un valore non inferiore a quello presente.

Il risparmio ha a che fare con l’economia reale: si rinuncia a beni e servizi presenti, e si pospone il consumo di una parte del reddito a un tempo futuro, più o meno lontano. Il tasso di risparmio gioca un ruolo fondamentale per l’equilibrio fra movimenti reali e movimenti monetari: è un indicatore della consonanza tra i due tipi di movimenti. L’assenza di equilibrio tra investimento e risparmio causa consumo (o distruzione) di capitale, e assume due forme:
1) “Carenza d’investimento netto” (o eccesso di consumo). Questo non solo impedisce la formazione di nuovo capitale, ma rende difficile usare – e finisce con lo svalutare – il capitale esistente. Di conseguenza, in futuro non potremo avere un consumo uguale a quello presente, perché il livello di consumo presente è incompatibile con l’obiettivo del suo mantenimento.
2) Il secondo fenomeno – tipica conseguenza di indebite espansioni monetarie – è definito da Hayek “Eccedenza d’investimento netto”: in futuro non potremo completare i piani d’investimento avventati, decisi sulla base di un tasso d’interesse artificialmente basso. Quindi sarà distrutto il capitale già investito nei processi che saranno interrotti.
Le due forme, naturalmente, non sono indipendenti l’una dall’altra. Il secondo fenomeno può confondersi col primo quando, in certe fasi del ciclo, si preferirà consumare piuttosto che sostenere, col risparmio, i piani d’investimento previsti (da se stessi o da altri).
Il mantenimento come obiettivo minimo è alla base della teoria del capitale di Hayek. Le accelerazioni del capitalismo moderno hanno dimostrato che si può superare quest’obiettivo. Ma nessuno può garantire una continua crescita, né il mantenimento; e nemmeno prevedere dove e quando questi traguardi saranno raggiunti.
Come ogni relazione di equilibrio, anche l’equilibrio tra risparmio e investimento non indica uno status reale, ma una condizione ideale, capace di favorire il mantenimento del capitale, e quindi la possibilità di raggiungere il desiderato flusso di reddito, per il periodo futuro che ciascuno giudica rilevante. Condizione difficile da realizzare, a causa dei limiti della conoscenza, della variazione dei gusti e delle preferenze, del mutare delle circostanze e, infine, in virtù dei processi innovativi, che mutano continuamente la struttura dei valori relativi dei beni di consumo e dei beni capitali.
Ma, sebbene irrealistica, l’analisi di equilibrio aiuta a capire le tendenze, le forze che spingono ad agire, anche senza che gli agenti siano del tutto consapevoli di ciò che accade. Il concetto di “ordine spontaneo” – elaborato successivamente da Hayek (e, quindi, preferito a quello di equilibrio) – indica in modo più chiaro la dinamica che favorisce l’adattamento e l’evoluzione.
“Homo non intelligendo fit omnia”. Questa massima di Vico, citata dall’economista austriaco, segnala i limiti della ragione costruttivistica; ma non implica l’esonero dalla ricerca di soluzioni più efficienti ai problemi di adattamento. I risultati di questa ricerca sono verificabili; il successo sancisce ex post la validità dei metodi adottati e fa scoprire le norme di giusta condotta, che promettono di produrre effetti benefici anche in futuro. Tra i principi fondamentali, che abbiamo verificato essere le migliori condizioni per il progresso: un ambiente competitivo, e il rispetto di regole generali. In questo tipo di ordine, alla validità generale delle leggi dovrebbe corrispondere la libertà di ciascuno di scegliere tra i differenti modi d’impiegare le proprie risorse, e di vedere sanzionato l’esito delle proprie scelte, sulla base del criterio di responsabilità individuale. Ebbene, al centro di questo processo di adattamento, Hayek pone la facoltà di scegliere tra consumo presente e consumo futuro, cioè la decisione di risparmiare oppure no.






Certo, in una fase di recessione, l’“eccesso d’investimento” può sembrare una formula obsoleta. Tuttavia, la situazione che Hayek vorrebbe scongiurare, non è quella di un generico sovrainvestimento aggregato, ma l’investimento in quelle direzioni che non avrebbero superato certi limiti, se il mercato dei capitali fosse stato libero di finanziare le differenti imprese, sulla base dei loro rendimenti marginali comparati.
Un tasso d’interesse artificialmente basso impedisce l’interruzione dei metodi produttivi inefficienti; nel migliore dei casi, ne ritarda la liquidazione, ampliando così le perdite future. E fa, ancora una volta, ricorrere al placebo neokeynesiano, come unica via d’uscita. Ma pensare di risolvere il problema dell’investimento, giudicando ininfluente il fattore risparmio, è politica miope.
Per Hayek, la mancata corrispondenza tra risparmio e investimento è un caso di disequilibrio inter-temporale; e l’arbitrario interventismo monetario dei governi è particolarmente atto a provocare aspettative errate, e accentuare la sempre difficile corrispondenza tra progetti e realizzazioni.[1] [1] Vedi Hayek, The Pure Theory of Capital, cap. 25 (v. anche cap. 20).

sabato 23 maggio 2015

Perché Hayek si è collegato a David Ricardo Per una biografia intellettuale

L’arrivo alla London School of Economics nel 1931, su invito di Lionel Robbins, sembrò a Hayek una buona occasione per assecondare la tendenza all’integrazione dei vari indirizzi di ricerca, che era perseguita da esponenti di diverse scuole, e aveva già trovato espressione nella celebre formula di Maffeo Pantaleoni: “In economia esistono solo due scuole: i buoni economisti e i cattivi economisti”. I giovani allievi cercavano di scoprire i punti di convergenza nelle opere di maestri come Marshall, Walras, Pareto,  Menger, Wicksell ed altri, che avevano già cercato di lavorare ad una sintesi.
Hayek si era avvicinato all’economia sotto la guida di Wieser e Mises, e aveva scoperto in America l’approccio statistico. Una volta a Londra, approfondì la conoscenza dei classici inglesi, dagli scozzesi Hume e Smith, a Thornton e Cantillon, a Ricardo e J. S. Mill. I suoi interessi teorici vertevano sui problemi della moneta e del capitale, più che sulla teoria dell’utilità. Le sue lezioni alla London School e la pubblicazione di Prices and Production furono un grande successo. Ebbe molti amici e allievi; ma ben presto si accorse che l’unificazione della teoria era una chimera.
La prima controversia con Keynes ebbe origine dopo la pubblicazione del Treatise on Money. Più che una recensione, Hayek ne fece uno studio approfondito, in due saggi. Keynes replicò al primo, ma non al secondo; perché nei mesi intercorsi tra il primo e il secondo saggio, il punto di vista di Keynes era cambiato. Nel frattempo, Piero Sraffa attaccava duramente Prices and Production, suscitando, a sua volta, la replica di Hayek. Ma la vera cesura fu la pubblicazione della General Theory (1936). A quel punto, la maggior parte degli amici di Hayek lo abbandonò, per seguire la nuova corrente. I rapporti personali con Keynes proseguirono fino alla morte di quest’ultimo; ma le loro visioni dell’economia erano nettamente divaricate.
Da quella data in poi, Il concetto di domanda aggregata ha guidato le fortune, e le sfortune, delle successive generazioni di keynesiani; e la fine del Gold Standard li ha portati a identificare questa domanda con le emissioni monetarie delle banche centrali, sotto il controllo dei governi.

Perché David Ricardo era così importante per Hayek? Ricardo diceva che macchine e lavoro sono in continua competizione, perché un aumento dei salari spinge i capitalisti a sostituire il lavoro con le macchine. 


Edizioni IBL
Hayek chiama "effetto Ricardo" la serie di reazioni causate dal mutamento del rapporto tra macchine e lavoro, nelle decisioni d’investimento. La domanda aggregata non è la chiave per la comprensione dei problemi del ciclo economico. La domanda di beni di consumo non determina automaticamente i beni capitali che servono a produrre i beni finali richiesti. Ciascuno dei possibili fornitori di macchine investe solo sulla base di specifiche attese di profitto; e una medesima domanda di beni di consumo può essere soddisfatta con differenti volumi d’investimento. 

Hayek paragona il complesso processo della produzione a un flusso, nel quale la consistenza dei vari affluenti non è determinata dalla domanda finale, ma dalla struttura dei prezzi relativi dei differenti fattori produttivi. L’economia è un mondo di scarsità relative: non ci sarà mai l’età dell’oro, o l’abbondanza di tutte le cose.
Questa è la tesi di fondo che ha ispirato la mia edizione del libro Produzione e Produttività. Esso contiene due saggi di Hayek - "Profits, Interest and Investment" (1939) e "The Ricardo Effect" (1942) - tradotti per la prima volta in italiano. Questi sono collegati a un altro saggio, già disponibile in italiano: "Three Elucidations of The Ricardo Effect" (1969).



mercoledì 13 maggio 2015

Note di storia russa - 3


Politica e religione

La comprensione della storia politica è monca, se non prestiamo la dovuta attenzione alle forme e alle credenze religiose. Sarebbe banale, però, fermarsi a un enunciato così generico. Il vero problema è cogliere le differenze e i nessi tra le concezioni religiose e i regimi politici. Fermo restando che, alla base dell’interazione tra questi aspetti, i bisogni dettati dalla necessità di adattamento e sopravvivenza sono lo sfondo di qualsiasi teoria delle relazioni sociali e della loro evoluzione.
Vediamo come queste relazioni sono state declinate nella storia della Russia.

1) Passato il periodo delle grandi invasioni barbariche, che dilagarono nell’impero romano d’occidente, la prima entità relativamente coesa e stabile fu il khanato dei cazari (a cui ho già accennato nella nota 2). All'inizio fu un insieme di tribù turche che si coalizzarono in seguito alla disintegrazione dell’impero di Gokturk. Il conflitto interno all’impero turco fece emergere il contrasto tra cazari e bulgari; questi ultimi nel 670 furono sconfitti e costretti a spostarsi nell’area del Volga e del Danubio. 
Il khanato si costituì nel Caucaso, si estese in profondità nelle steppe a nord del mar Nero e del mar Caspio, e prosperò fino alla fine del ’900, quando subì i primi colpi nello scontro con i variaghi. Sparì del tutto con l’invasione mongola. 
I cazari furono alleati di Eraclio nella sua lotta contro gli arabi, specialmente contro l’emiro di Mossul. 
Il khanato fu un’eccezione nella storia russa, sia per la prosperità che garantì alle sue popolazioni, sia per la tolleranza in campo religioso. Questa tolleranza fu dovuta sostanzialmente al fatto che molti ebrei furono tra i fondatori del khanato, e molti ebrei continuavano a rifugiarvisi, a causa delle persecuzioni di cui erano oggetto ad opera dei Sassanidi in Persia, e di alcuni imperatori a Bisanzio. La loro élite mercantile esercitò una forza di attrazione verso le aristocrazie e le popolazioni già residenti, il che provocò – a partire dall’800 – molte conversioni spontanee alla religione ebraica. I cazari migliorarono e consolidarono i loro rapporti commerciali con gli islamici e i bizantini, ma continuarono a difendere la loro autonomia culturale e religiosa, decisi a resistere alle pressioni dei cristiani e dei musulmani che li circondavano. Essi non avvertirono alcun bisogno di imporre un unico culto religioso a garanzia della coesione dello stato.

2) Il caso degli slavi è differente. Nell’anno 862 il principe Ratislav (della Grande Moravia, formata da slavi di ceppo occidentale), volendo rafforzare la propria autonomia dal dominio dei franchi (che lo esercitavano soprattutto attraverso il clero germanico) chiese all’imperatore di Bisanzio l’invio di missionari nel proprio regno. I fratelli Cirillo e Metodio giunsero da Salonicco, una città greca che aveva già collaudati rapporti con gli slavi; i due monaci si misero all’opera e crearono un sistema di scrittura più adatto alla fonetica slava, per la quale l’alfabeto greco non era sufficiente. Ma non era solo una questione di fonetica: gli slavi volevano essere alleati di Bisanzio, non sudditi; perciò volevano un tipo di scrittura differente da quella greca. Cirillo creò l’alfabeto glagolitico e fondò un’accademia, allo scopo di istruire i discepoli.
Tutto ciò era un affronto per i Franchi. Infatti, dopo pochi anni, un vescovo franco di rito orientale proibì il nuovo alfabeto e perseguitò i membri dell’accademia, che furono dispersi.
Ma i principi slavi (in primis, Boris I di Bulgaria) tornarono alla carica: alla fine del IX secolo, uno degli studenti di Metodio creò il vero e proprio alfabeto cirillico, che rimpiazzò il glagolitico. Quest’alfabeto ebbe delle varianti: un proprio alfabeto doveva significare autonomia da Roma, da Bisanzio e dai Franchi; e anche un segno di distinzione tra i principi slavi che, a tal fine, chiesero delle variazioni che confermassero nella scrittura la distinzione tra i rispettivi domini. Le opere scritte col nuovo alfabeto erano le sacre scritture, la religione professata era il cristianesimo in versione bizantina; ma dal punto di vista politico, tutti volevano mantenersi autonomi.
A differenza dei cazari, gli slavi si cercarono una religione e una scrittura (che non avevano), per vedersi riconosciute precise identità politiche.


Cirillo e Metodio


3) Bisanzio fu il modello da imitare anche per il variago (o scandinavo) Vladimir I della Rus’ di Kiev. Vladimir, divenuto sovrano di Kiev nel 980, voleva far diventare il suo regno un vero Stato, sul modello di quello bizantino. Pensava che l’adozione di una religione come quella ortodossa fosse sufficiente per tenere unito il grande stato russo, che egli cercava di creare. E la filosofia politica dell’impero romano d’oriente era fusa con la teologia, fin dai tempi di Costantino.

4) Digressione retrospettiva sul Constitutum Constantini e sul papato
Il papa di Roma aveva sempre avuto grandissimo potere nella sfera temporale. Il Constitutum Constantini [1] fu contestato da molti; e l’umanista Lorenzo Valla dimostrò la sua inautenticità su basi filologiche inoppugnabili (anche se egli non pubblicò le sue conclusioni,[2] per ovvi motivi). Ma l'intricata vicenda del Constitutum dimostrava due cose:
I) Il vescovo di Roma sentiva il bisogno di appellarsi all’autorità imperiale, per legittimare la supremazia su tutte le chiese cristiane e i diritti che egli reclamava nei confronti dei regnanti cristiani d’occidente. Il ghibellino Dante Alighieri non si pose  il problema dell’autenticità, ma negò validità giuridica al Constitutum Constantini, “perché Costantino non poteva alienare la dignità dell’impero, né la Chiesa poteva riceverla”.[3] Era palesemente contraddittorio appellarsi a un decreto imperiale per giustificare la presunta superiorità del papa sull’imperatore.
II) Benché fondato su concessione imperiale, il potere del vescovo di Roma è stato enorme nel corso dei secoli, sia nella sfera religiosa sia nella sfera politica, culturale, economica. E quella dell’occidente è una storia di competizione tra potere religioso e potere civile; competizione che si attenuò – e in molti casi sparì del tutto – prima con la nascita delle monarchie assolute, poi a causa della riforma protestante. La competizione si spense, con il netto ridimensionamento delle pretese del papato, quasi ovunque; eccetto che in Italia, unico paese al mondo dove la Chiesa e il papato continuano ad avere un potere di natura morale che si trasforma in potere di controllo e indirizzo delle politiche e delle istituzioni dello Stato.

5) In oriente – al contrario – non vi fu competizione giuridica tra impero e chiesa. Costantino aveva scelto per sé l’impero d’oriente. Lì decise di costruire la sua capitale (Costantinopoli). Fu sempre vittorioso in guerra e favorì la diffusione del cristianesimo in tutto l’impero. Fu considerato il vicario di Cristo in terra, quasi come un apostolo (isoapostolo); e svolse opera di pacificazione e direzione nel corso dei concili via via convocati per risolvere le innumerevoli controversie teologiche. Infine elevò il metropolita bizantino al rango di patriarca, il secondo dopo Roma. Chi mai, in oriente, avrebbe dubitato della funzione guida spettante all’imperatore?
In seguito, la fine dell’impero romano d’occidente rese ancora più autorevole la figura dell’unico imperatore rimasto, e sempre più difficili i rapporti tra i patriarchi di Roma e Costantinopoli. Nel 1054 papa Leone IX e il patriarca Michele Cerulario si scomunicarono a vicenda, e le due chiese andarono ognuna per la sua strada.
Quattro secoli dopo, mentre Costantinopoli era accerchiata dai turchi, l’imperatore Giovanni VIII Paleologo e il patriarca Giuseppe II, nella speranza di ottenere una crociata di soccorso, accettarono l’invito di papa Eugenio IV a partecipare al concilio di Firenze, per un tentativo di riappacificazione. La delegazione orientale era composta da 700 persone. Dopo lunghe discussioni, nelle quali si esibirono i migliori cervelli delle due tradizioni teologiche, il patriarca accettò il primato di Roma, e il 6 luglio 1439 il concilio proclamò la riunione tra le due chiese; fu trovata anche un’intesa con i Siri, i Copti e gli Armeni. 
Ma la pace fu effimera. I vescovi bizantini che non avevano partecipato al concilio non ratificarono l’accordo; e al loro ritorno in patria, molti degli stessi firmatari dell’intesa ritirarono la loro adesione. Essi mostrarono di preferire la dominazione turca a quella i Roma; infatti dopo pochi anni, nel 1453, Costantinopoli cadde nelle mani turche.

6) A questo punto, entrò in gioco da protagonista il Granducato di Mosca. Anche il principe Basilio II rifiutò di accettare le deliberazioni del concilio di Firenze. Prima che Costantinopoli cadesse in mano turca, elevò il vescovo di Mosca al rango di metropolita della chiesa russa, di fatto liberandolo dalla soggezione al patriarca di Costantinopoli. La fine dell’impero romano d’oriente rafforzò ancora di più l’importanza del granducato, che si estendeva a ritmo crescente.
Mentre l’Orda d’Oro dei mongoli si divideva in tre piccoli khanati, il successore di Basilio, Ivan III il Grande quadruplicò i territori del granducato. Egli sottomise il principato di Novgorod, che cercava di mettersi sotto la protezione di Casimiro IV, re di Polonia e principe di Lituania, rimasto fedele alla chiesa di Roma; e sottomise vari altri principati, soprattutto quelli che davano accesso al Baltico: Pskov, confinante con la Lituania, Jaroslavl’, Rostov, Tver’, Vjatka, etc.. Anche Ivan discendeva dalla dinastia fondata dallo scandinavo Rjurik, come altri principi russi; ma il ramo moscovita di questa dinastia conservava ben poco dell’originario carattere scandinavo. La forza di attrazione esercitata dal tipo di dominio mongolo, sommata all’influenza dell’assolutismo dirigistico bizantino,[4] resero il principato di Mosca un’autocrazia fondata sulla potenza militare, sulla soggezione della Chiesa ortodossa alla sovranità del principe e sul controllo statale dell’economia. Ivan III si nominò Sovrano di tutte le Russie e abolì ogni diritto dinastico per gli eredi degli altri principati russi, avocando a sé la facoltà di attribuire titoli e proprietà.
Dopo la caduta di Costantinopoli, Ivan sposò Zoe (detta Sofia) Paleologa, nipote dell’ultimo imperatore, aggiungendo subito nello stemma della sua casata l'aquila bicipite dei sovrani bizantini.[5] L’influenza dell’imperatrice fu determinante: nella corte di Mosca fu introdotta la magnificenza di Costantinopoli e al patriarca di Mosca furono concessi gli attributi già appartenuti a quello di Bisanzio. Mosca diventò – per la corte, per il clero ortodosso russo e per i sudditi  la capitale di un regno considerato il naturale erede dell’impero romano d’oriente. E Ivan III pretese per sé il titolo di Zar (trasformazione fonetica del latino Caesar). Per rimarcare, poi, l’ideale passaggio delle consegne imperiali da Costantinopoli a Mosca – definita “La Terza Roma” –  fu designato alla successione non il figlio maggiore di Ivan III, nato dal precedente matrimonio, ma Basilio, figlio di Ivan e Sofia Paleologa: quel Basilio III, che fu poi il padre di Ivan IV il Terribile.







[1] Il documento reca la data del 30 marzo 315. In esso si legge: «In considerazione del fatto che il nostro potere imperiale è terreno, noi decretiamo che si debba venerare e onorare la nostra santissima Chiesa Romana e che il Sacro Vescovado del santo Pietro debba essere gloriosamente esaltato sopra il nostro Impero e trono terreno. Il vescovo di Roma deve regnare sopra le quattro principali sedi, Antiochia, Alessandria, Costantinopoli e Gerusalemme, e sopra tutte le chiese di Dio nel mondo... Finalmente noi diamo a Silvestro, Papa universale, il nostro palazzo e tutte le province, palazzi e distretti della città di Roma e dell'Italia e delle regioni occidentali.» 
(http://it.wikipedia.org/wiki/Donazione_di_Costantino).
[2] L’opuscolo De falso credita et ementita Constantini donatione declamatio fu pubblicata in ambiente protestante, 60 anni dopo la morte di L. Valla.
[3] Dante Alighieri, Monarchia, X, in Enciclopedia Dantesca, Opere, Ist. Enc. It. Treccani, 1984, p. 797.
[4] C’è chi ha visto nello statalismo autoritario dell’impero bizantino un tipico esempio di quello che Marx chiamò modo di produzione asiatico, caratterizzato da: proprietà statale della terra, fissazione amministrativa di prezzi e salari, moltiplicazione di privilegi monopolistici, strapotere della burocrazia, mortificazione dell’iniziativa individuale. Questo sistema economico non poteva reggere il confronto con l’intraprendenza – e gli altissimi guadagni – delle marinerie italiane, in particolare di quella veneziana (cfr. Silvia Ronchey, Lo Stato bizantino, Einaudi, Torino, 2002). 
Secondo la Ronchey, però, la fine di Bisanzio sarebbe da imputare all’aggressività del capitalismo italiano. Come se – in assenza dei veneziani – l’impero romano d’oriente avrebbe potuto resistere ancora a lungo all’assedio dei turchi.
[5] Vedi G. Zeller, Storia politica del mondo. Vol. II L'età moderna da Colombo a Cromwell, Unedi, Roma, 1976, pp. 135-sgg.

domenica 10 maggio 2015

Note di storia russa - 2



Nascita della Russia (Cazari, Slavi, Vareghi, Mongoli)

Tra il III e il VI secolo d. C., le steppe russe subirono a ondate successive invasioni di bellicosi popoli nomadi, provenienti da est e diretti a ovest; tra le altre, quelle degli Unni e degli Avari. 
Nel VII secolo, un gruppo di popolazioni turche, al quale si unirono elementi iranici, slavi e goti, fondarono il Khanato di Cazaria, nell’area meridionale compresa tra Europa e Asia. Esso comprendeva le zone vicino al mar Caspio e al Caucaso, parti del Kazakistan, dell’Ucraina, dell’Azerbagian, il sud della Russia e la Crimea. I cazari furono alleati dell’impero bizantino nella lotta contro i califfati arabi; quando questi ultimi furono ridotti a miti consigli, il rapporto tra cazari e arabi fu di non belligeranza e buoni rapporti commerciali. La maggioranza dei cazari era di (o si convertì alla) religione ebraica. L'originario nucleo ebraico proveniva dalla diaspora. La scelta della religione ebraica, successivamente effettuata da rilevanti nuclei di popolazioni non ebraiche, è da spiegare con ragioni politiche: i cazari volevano rimanere indipendenti dai regni cristiani e dall’Islam. La tolleranza religiosa fu la regola nel khanato cazaro; per citare un esempio, la corte suprema era composta da due ebrei, due cristiani, due musulmani e un credente nella vecchia religione sciamana.[1]


Il Khanato cazaro nella sua massima espansione

A nord del khanato cazaro, nello stesso periodo (cioè, a partire dal 600 d. C.), furono protagonisti gli Slavi, che gradualmente si integrarono con le tribù ugro-finniche preesistenti. Si ritiene che gli originari insediamenti slavi siano stati la zona compresa tra le attuali Bielorussia e Ucraina sulle rive del fiume Prypjat’. Da lì si espansero verso l’Europa centrale (lasciata libera dai Germani, che si erano spostati all’interno di quello che era stato l’impero romano), evitarono la Pannonia (piena di Avari) e occuparono i Balcani, sovrapponendosi alle popolazioni preesistenti (Illiri, Daci, Traci); arrivarono ai confini con l’impero bizantino, dove furono fermati. Nel IX secolo i monaci bizantini Cirillo e Metodio li cristianizzarono, e inventarono un nuovo alfabeto per adattare le sacre scritture alla loro lingua.

La dominazione degli slavi a nord e dei cazari a sud, però, era messa a dura prova dalla coabitazione forzata e ostile con quelle popolazioni orientali che erano sopraggiunte in fasi successive, ma che si erano ormai insediate nelle steppe russe. In tale contesto divenne sempre più rilevante la presenza di popolazioni nordiche sbarcate sulle rive del baltico. Erano i Variaghi o Vareghi, di origine vichinga (o normanna – parola che significava semplicemente “uomini del nord”); essi venivano dalla Svezia e da altri paesi nordici. Inizialmente, occuparono le zone costiere e le rive dei fiumi, dove esercitavano il commercio e la pirateria. Poi le loro penetrazioni divennero sempre più profonde, finché non arrivarono al Mar Caspio e a Costantinopoli, con cui strinsero rapporti commerciali. Essendo esperti guerrieri, facevano anche i mercenari; e dati i buoni rapporti con l'impero, finirono col formare la guardia imperiale bizantina. 
Secondo una leggendaria cronaca russa, intorno all’’800 d. C. i variaghi furono invitati dalle tribù slave e finniche per pacificare la regione. Sta di fatto che i variaghi, con a capo Rjurik, si insediarono inizialmente vicino al lago Ladoga, presso l’attuale Novgorod. Gli slavi li chiamavano Svedesi Rus’. Quest’idea della chiamata dei variaghi, da parte delle popolazioni preesistenti, servì in seguito a giustificare l’autocrazia del potere russo, in quanto fondata sulla richiesta dei sudditi. Avversari di questa teoria furono i nazionalisti e i panslavisti.

Nella seconda metà del IX secolo, da Velikij Novgorod i variaghi si spinsero sempre più a sud, fino a fondare intorno a Kiev il loro primo Stato, che prese il nome di Rus’ di Kiev. Erano sempre guidati da Rjurik I, che diede origine a una dinastia destinata a durare fino al 1584 (anno della morte di Ivan il Terribile).[2] Man mano che si ingrandiva, e accresceva le sue relazioni commerciali, questo Stato subì l’influenza religiosa dei paesi circostanti, dove si erano già fuse cultura bizantina e cultura slava, e dove si era formata una variante slava di religione ortodossa.
Vladimir I (956-1015), sovrano di Kiev dal 980, volendo unificare e rendere omogeneo il suo Stato Rus’, pensò di adottare un’unica religione. Inviò emissari nei paesi limitrofi a studiare gli effetti prodotti dalle varie credenze. Gli emissari notarono che lo stato più coeso era quello di Bisanzio. Vladimir decise allora che la religione idonea era quella cristiana; si convertì egli stesso e passò alla storia come Vladimir il Santo. L’undicesimo secolo fu il secolo d’oro di questo Stato. Fiorirono arte e cultura d’ispirazione religiosa.
Alla morte di Vladimir I seguì la lotta per la successione. Due dei suoi figli furono subito assassinati. Uno dei figli, Yeroslav (978-1054), fece guerra al primogenito Svjatopolk I, e lo sconfisse definitivamente nel 1019. Dopo la vittoria, Yeroslav fece canonizzare i due fratelli assassinati, la cui uccisione le cronache (addomesticate) imputarono al fratello sconfitto Svjatopolk I. Promulgò il primo codice di leggi (Russkaja Pravda); costruì scuole, biblioteche e monasteri, e rafforzò l’esercito. Passò alla storia come Yaroslav il Saggio (anche se tenne imprigionato a vita il fratello minore Sudislav).
Alla fine del XII secolo la Rus’ di Kiev si disgregò, perchè i tre figli, tra i quali Yaroslav divise il principato, iniziarono una serie interminabile di guerre dinastiche. Anche la capitale Kiev decadde, attaccata a più riprese dai contendenti.
Furono creati altri centri, tra i quali Tver’, Vladimir, Yaroslavl’. Il ruolo dominante fu assunto dal principato (o granducato) di Vladimir-Suzdal', che poi nel XIV secolo confluì nel granducato di Mosca. Mosca fu costruita nel 1147 come avamposto di difesa. Quando furono completate le fortificazioni del Cremlino (1156), esso diventò la residenza del principe (o granduca).

Nel frattempo i Mongoli, al comando di Genghis Khan, occupavano tutta la fascia centrale dell’Asia, dalle coste dell’estremo oriente fino ai territori russi, che già nel 1222 conobbero la furia delle orde tartare. Guidati da Batu, nipote di Genghis Khan, i mongoli distrussero Rjazan nel 1237, invasero il principato di Vladimir Suzdal’ nell’inverno tra il 1237 e il 1238, saccheggiarono Kiev nel 1240 e, fondarono il Khanato dell’Orda d’Oro (che aveva il suo baricentro tra il Don e il Volga); da lì le loro scorrerie seminarono morte anche in Polonia, Boemia, Ungheria. Tutti i principati russi furono sottomessi e divennero tributari dei mongoli; dal punto di vista amministrativo, invece, conservarono ampi margini di autonomia.
La paura si diffuse anche in occidente; ma Federico II di Svevia e Gregorio IX continuavano a farsi la guerra, incuranti di ciò che accadeva a oriente. Batu, però, aveva subìto molte perdite, e decise di ritirarsi dai territori occupati. Il nuovo Gran Khan Guyuk preferì volgersi alla conquista dell’impero cinese, e spostò il grosso delle armate su quel fronte. In seguito, il principe di Mosca Dimitri Donskoj inflisse le prime sconfitte ai mongoli, che erano lacerati da lotte interne; e dopo la battaglia di Kulikovo (1380) iniziò l’inizio della fine del dominio mongolo in Russia – che durò, all’incirca, 400 anni.
Il fondatore dello Stato russo può essere considerato Ivan III il Grande (1462-1505), che ampliò molto i domini del granducato di Mosca. Nel 1480 egli sancì formalmente la fine del dominio mongolo, rifiutandosi di pagare il tradizionale tributo.








[1] http://www.mondimedievali.net/Barbar/cazari.htm
[2] http://it.wikipedia.org/wiki/Rjurikidi

mercoledì 6 maggio 2015

Note di storia russa - 1


Ultimamente, per rilassarmi, ho ceduto ai miei interessi storici e ho cercato di ricostruire alcune tappe fondamentali che hanno preceduto la nascita della potenza russa. Non sono uno storico; e non voglio fare un racconto esaustivo: cerco di chiarire innanzitutto a me stesso le possibili cause degli eventi presenti, a partire da certi grandi eventi e personaggi del passato. Ho ridotto al minimo le note. Avendo fatto il classico, parto dalla considerazione di un popolo ben noto a greci e latini.


Gli Sciti

Nell'antichità classica, era chiamata Scizia l’area grosso modo comprendente: Polonia fino al mar Baltico, Bielorussia, Sarmazia, basso Danubio e Bulgaria, Ucraina, Russia meridionale, Kazakistan, Caucaso settentrionale. I Saci, ramo orientale degli Sciti, arrivarono fino al Sistan (Sakestan) e alla valle dell’Indo; ma queste ultime regioni generalmente non sono incluse nell’area denominata Scizia. 
Gli Sciti imposero tributi alle popolazioni agricole del Caucaso fino alla Siria e alla Media. L’Egitto era tributario, e mascherava sotto forma di doni l’assicurazione che gli garantiva la sua integrità territoriale. Gli Assiri fornivano contributi di tipo militare. 
Vi erano vari ceppi di Sciti; il ceppo dominante era formato da guerrieri, che sovrastavano tutti gli altri. La loro storia di espansione iniziò nell’VIII sec. a. C. Il loro regno si costituì nel corso della lotta contro i Cimmeri, inseguendo i quali invasero casualmente il regno dei Medi. 
Nel 512 a.C. Dario li attaccò e invase il loro territorio. La forza militare persiana era soverchiante; ma gli Sciti evitarono lo scontro diretto, e adottarono tattiche di logoramento d’ogni genere, finché Dario, non ottenendo alcun risultato, se ne tornò in Persia; anche perché nel frattempo gli Sciti si erano alleati con gli Assiri, nemici dei Persiani.


Sciti in battaglia
                     
Gli Sciti ebbero intensi rapporti con la civiltà greca (di commercio, alleanza, guerra, a seconda dei casi). Il rapporto con i greci favorì l’abbandono quasi totale del nomadismo; ma accelerò la loro attività di sfruttamento delle popolazioni soggette, perché gli Sciti si specializzarono nella vendita di schiavi ai greci. Si allearono con gli spartani contro i Persiani, ma l’alleanza non ebbe grande successo. 
Nel 339 a. C. furono sconfitti da Filippo il Macedone, e il loro re Ateas morì in battaglia. Questa sconfitta segnò per sempre il loro destino: i Celti penetrarono nei Balcani e i Sarmati – una popolazione affine agli Sciti – cominciarono a erodere il loro controllo sulle stesse pianure tra il Don e il Danubio. Mitridate Eupatore chiese il loro appoggio, per contrastare la potenza di Roma; ma ormai gli Sciti erano in grave crisi, sotto la pressione dei Sarmati, che sfaldarono irrimediabilmente il loro regno. I Sarmati avevano migliori tecniche militari; la staffa di ferro, in particolare, si dimostrò in battaglia molto più efficiente delle staffe di cuoio usate dagli Sciti. Essi furono ridotti a piccoli gruppi, sparsi per l’Europa orientale, e vennero spazzati via con l’avvento dei Goti, nel II secolo d. C.
Gli Sciti lavoravano i metalli e avevano il culto dell’oro. L’arte orafa era una loro specialità. I tributi imposti ai popoli soggetti, e i loro commerci – soprattutto quello degli schiavi – permettevano grandi accumulazioni di ricchezza.

Gli Sciti nell’immaginario collettivo russo

Nel corso dei secoli furono scoperti e scavati molti siti, che portarono alla luce – tra l’altro – splendide creazioni orafe. Nell’Ottocento si intensificarono gli scavi, perché la cultura espansionistica, diffusa nella Russia del XIX secolo, vedeva negli Sciti i precursori di quella grandezza che i Romanov volevano ripristinare, con la loro politica di grande potenza. Nel 1889 Tolstoj e Kondakov pubblicarono uno studio (Antichità Russe) che raccoglieva ed esibiva, per la prima volta, tutti i reperti sciti; lo scopo sotteso all’iniziativa era quello di supporre una parentela universale tra le popolazioni che occupavano l’immensa vastità delle steppe russe, dall’Europa all’estremità dell’Asia. Negli anni successivi, il mondo accademico russo avvallò in un primo tempo la tesi che il paese, un tempo civile, fosse stato barbarizzato dai popoli asiatici, i terribili mongoli. Ben presto, però, nel clima prerivoluzionario e rivoluzionario, furono rivalutati anche i mongoli: nell’immaginario collettivo, si fusero insieme la barbarie scita e la barbarie mongola, i cui valori erano chiamati a sostituire i valori borghesi. Nel 1919, nacque la rivista Skify (Gli Sciti), che in prima pagina esaltava il sibilo della freccia, che colpiva a morte la borghesia. Aleksandr Blok, in un suo poema, celebrava il trionfo del fiero barbaro scita dagli occhi a mandorla. Anche se non mancavano voci critiche (isolate), la cultura rivoluzionaria assegnò alla Russia il ruolo di terzietà rispetto alla contrapposizione politica e culturale tra Oriente e Occidente. L’immagine dello Scita come archetipo dell’identità nazionale russa – primitiva e pagana – si avverte anche in grandi opere prerivoluzionarie, come La Sagra della primavera (1913) di Stravinskij e Roerich, o la Suite Scita di Prokof’ev (1914). [1]



Erodoto, Storie, libro IV. 
Véronique Schiltz, Les Scythes et les nomades des steppes: VIIIe siècle avant J.-C. – Ier siècle après J.-C., Paris, Gallimard, 1994.